La storia di Campomaggiore: l’utopia che fa i conti con la realtà

Da città dell’utopia a villaggio fantasma: ascesa e scomparsa di Campomaggiore Vecchio, una piccola perla della Lucania che ancora oggi regala panorami difficili da descrivere a parole, e il fascino di un sogno che rivive tra le rovine.

L’Italia è un’enciclopedia di storie avvincenti. Uno dei capitoli che più ci appassiona è quello delle città fantasma. Scorrendo le voci in ordine alfabetico, prima di Consonno, il paese dei balocchi in provincia di Lecco, e prima di Bussana Vecchia, il borgo degli artisti distrutto da un terremoto in Liguria, balza all’occhio Campomaggiore. Città fantasma, città dell’utopia: anche la storia di Campomaggiore è una parabola discendente. Il sogno di una civiltà migliore che si scontra, improvvisamente, con la più cruda realtà

la storia di campomaggiore
La storia di Campomaggiore nasce da un’idea utopica

La storia di Campomaggiore inizia nel cuore delle Dolomiti Lucane

Campomaggiore è un piccolo comune in provincia di Potenza. A voler essere più precisi, è il paese più piccolo della Basilicata: 732 abitanti sparsi in circa 12 chilometri quadrati. Un villaggio incastonato nella cornice delle Dolomiti Lucane, lungo la Valle del Fiume Basento. Sentieri ordinati, pianta a scacchiera, con la chiesa e il palazzo comunale al centro: il paese attuale rispecchia perfettamente la struttura originaria del borgo vecchio.

Il borgo vecchio: un piccolo feudo da ripopolare

La storia di Campomaggiore è la storia del suo borgo vecchio. Facciamo un salto indietro nel tempo: è il 1741, anno in cui la nobile famiglia Rendina riceve in dono dal re Filippo IV (aka Filippo il Grande di Spagna) il piccolo feudo – un tempo chiamato Campus Maiorem, ma a una condizione: deve ripopolarlo. Diversamente da ciò che succede nella maggior parte delle storie che hanno per protagonisti dei feudatari, la famiglia Rendina si prende a cuore Campomaggiore. O meglio, ne coglie subito il potenziale agricolo, e decide di mettere in atto una serie di riforme per trasformarlo in un paese all’avanguardia. Il merito maggiore per aver avviato il progetto va al conte Teodoro Rendina che, coadiuvato dall’architetto Giovanni Patturelli, sviluppa un piano urbanistico decisamente avanzato per l’epoca. Ma, per ripopolare Campomaggiore, costruire nuove case non era sufficiente: bisognava fare in modo che la gente desiderasse abitarci: ecco che germoglia il seme dell’utopia di Teodoro.

Chi era la famiglia Rendina?

Teodoro è figlio d’arte. La famiglia Rendina, originaria di Benevento, si stabilisce in Basilicata nella seconda metà del 17esimo secolo. Nel 1622, come dicevamo, Carlo Rendina ottiene da re Filippo IV il titolo di conte, mentre cinquant’anni più tardi, il figlio Gerardo Antonio compra da Cassandra Sabariano, marchesa di San Chirico, il feudo disabitato di Campomaggiore.

Nonostante i Rendina mantengano un buon numero di affari nella loro madrepatria, Campomaggiore diviene quasi subito il centro nevralgico del loro mondo. Il ripopolamento del feudo – funzionale per esercitare pienamente i diritti di feudatari dei Rendina – conosce il periodo di massima fioritura sotto la guida dell’abate Ferdinando Rendina, che nel 1741 promulga l’atto di fondazione del paese. A quel tempo, sono solamente 17 le famiglie di coloni residenti in Campomaggiore. Scorrimento veloce, e giungiamo finalmente a Teodoro, un uomo di cultura e di scienza, allievo del prestigioso Collegio Tolomei di Siena. È proprio con i suoi amici allievi del Convitto, che Teodoro decide di mettere in pratica le nozioni di architettura più avanguardistici del Settecento.

Il sogno utopico del conte

Teodoro avvia così la prima vera costruzione del paese. Opta per la disposizione delle case (tutte di uguali dimensioni) a scacchiera, e posiziona la chiesa e il palazzo signorile l’una di fronte all’altro. A fare da cerniera con il resto del paese, la Piazza dei Voti, così chiamata per ricordare l’accordo stipulato dai Rendina con i primi coloni. Ma Teodoro sogna molto più in grande: sogna di crescere una comunità in cui nessuno possa conoscere la povertà, e ci riesce, tramite un regolamento cittadino molto ferreo.

Nasce la città dell’utopia, l’unico villaggio in Italia in cui ogni contadino ha diritto a:

  • un piccolo appezzamento di terra (5 metri per 5) da coltivare a uliveto o a vigna
  • un alloggio
  • legname sufficiente per costruire e scaldare la casa

Semplicemente, per ogni pianta tagliata per produrre legname, il contadino ha l’obbligo piantare tre alberi da frutto. L’idea è vincente.

Ascesa e declino: la natura si ribella

Fin qui, la storia di Campomaggiore sembra tutta rose e fiori. Grazie alle intuizioni di Teodoro, in pochi anni, non solo si diffonde la coltivazione di vite e ulivo e venne creato un orto botanico, ma il paesino si ripopola: da 80 abitanti iniziali, si giunge, nel 1883, a 1525 abitanti. Vengono costruiti una stazione ferroviaria, un cimitero, un grande lavatoio e svariati frantoi. È una nuova età dell’oro, una vittoria, un piccolo paradiso. Ma a cantar vittoria troppo presto si fa peccato.

E infatti, il 2 febbraio 1885, un terribile smottamento si abbatte su Campomaggiore. Tutta la popolazione fa appena in tempo a rifugiarsi nella masseria dei Rendina, posta poco più su, in collina, ma per il villaggio non c’è speranza: il paesino è ridotto a un cumulo di macerie. Campomaggiore, ahinoi, è stata costruita su fondamenta molto precarie: tutta la zona è acquitrinosa. In fondo, era solo questione di tempo. Ma come hanno fatto, i contadini, a sfuggire alla catastrofe?

La leggenda della Beata Vergine

Qui, la storia di Campomaggiore si tinge di toni soprannaturali. Secondo la leggenda, due contadini, al pascolo con i propri muli, vengono messi in guardia dalla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (protettrice di Campomaggiore) di un pericolo imminente: una spaventosa frana che avrebbe raso al suolo l’intero borgo. Nel tornare al paese per informare i concittadini, a conferma di ciò che avevano udito, i due contadini vedono il ponte che stanno per attraversare ridursi in briciole, proprio davanti ai loro occhi.

Corrono più veloce che possono per una strada alternativa e fanno appena in tempo ad avvisare della disgrazia: dalla masseria dei Rendina, tutta Campomaggiore assiste alla distruzione del sogno utopico di una città senza povertà.

Campomaggiore oggi: cosa rimane?

La storia di Campomaggiore Vecchio si conclude così, con una tragica ritirata. Il paese nuovo viene ricostruito a 4 km dalle rovine e in posizione sopraelevata, così da evitare di cadere ancora nella stessa trappola fangosa. Le intenzioni originarie vengono comunque rispettate: rimangono la pianta a scacchiera, la chiesa e il palazzo comunale al centro, l’economia basata sulla coltivazione di viti e ulivi.

Ma cosa rimane, oggi, di quell’antica città dell’utopia?

Se scegli di visitare Campomaggiore Vecchio, imbatterti in testimonianze e resti degli antichi fasti sarà estremamente semplici: a destra e a sinistra, vedrai ruderi immersi nella vegetazione, che lentamente si riconquista i suoi spazi. A spiccare su tutto sono i resti maestosi del Palazzo Baronale, che sorge come un tempio fra le macerie delle antiche abitazioni. Resiste praticamente intatto il campanile della chiesa dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, oggi ridotta a un cumulo di mura in rovina.

Di fronte, godrai della vista di un gigantesco prato verde: ciò che resta della Piazza dei Voti. Poco fuori dal Borgo Vecchio, a circa 3 km da Campomaggiore, puoi anche visitare il Casino della Contessa (dichiarato Monumento Nazionale del 1992), la residenza estiva dei Rendina che risale a un momento imprecisato tra il 18esimo e il 19esimo secolo. Poco distante, rimangono l’ipogeo Laboratorio del Vino e la Masseria Cutinelli Rendina, con il suo antico frantoio.

Una volta all’anno, l’utopia del conte rivive

Come diceva un uomo molto saggio: gli uomini passano, ma le idee restano. Ed è proprio il caso del sogno utopico di Teodoro Rendina, un sogno che rivive ogni anno, per una sola notte, nello scenario quasi surreale del borgo vecchio. La tradizione lucana, infatti, vuole che una volta all’anno gli abitanti del borgo nuovo mettano in scena uno spettacolo in cui prende vita la storia del paese: a metà tra acrobazie e rappresentazioni teatrali, tra mito e realtà.

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